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Titane

 
 

di Julia Ducournau, con Vincent Lindon, Agathe Rousselle - Fra/Bel 2021, 108'

mar 26 ottobre (15.30)  

Palma d’oro al Festival di Cannes 2021 
   
Alexia adora le automobili, sin da quando, bambina, un incidente le ha donato una placca di titanio nella testa. Facendola rinascere, gonfia di rabbia e amore represso che la trasformeranno in un essere ibrido e nuovo. Perché la metamorfosi si completi, dovrà scoprire la forza potente che muove le cose del mondo: l’essere umani...  
 
”Titane" è un manifesto della nostra contemporaneità fluida e del cinema del futuro, materia pulsante densa di risonanze. Un film unico, provocatorio, innovativo, che ha stupito e trionfato all'ultimo Festival di Cannes vincendo la Palma d’oro.  
 
«Cinque anni dopo "Raw", debutto 'incisivo' e oggetto insolito che giocava beatamente con le attese del genere horror, "Titane" le riduce in cenere, superando ogni limite e cortocircuitando codici e stereotipi. Titanio è il nome del metallo che serve per fare le protesi ma è anche la resistenza che la protagonista oppone al mondo. Perché Alexia non ama gli umani. Bionda e implacabile, si avvicina soltanto alle carrozzerie fredde delle vetture. Julia Ducournau, autrice che conferma il suo stordente talento visivo e la singolarità del suo universo, accompagna la sua eroina con un uomo che si fa di dolore e steroidi. "Titane" assomiglia ad altri film ma combinati in una maniera mai vista. La regista assume la referenza dei suoi antenati ma poi scava, impasta, scolpisce, innova e si inventa. Inventa una dialettica che travolge tutto, convenzioni, buon gusto, verosimiglianza, per dispiegarsi furiosamente a immagine della sua eroina. Una fanciulla che ha incassato fino alla carne la sua misera infanzia e nell'età adulta eccede, eccede per meglio esistere, non importa a quale prezzo. Come per il suo film precedente, "Titane" è una bomba metaforica. Una fantasia sulla mutazione dei corpi e delle identità che pratica l'arte della messa in scena come una fede. Ducournau non si nega niente e osa tutto, imbarcando lo spettatore sulle montagne russe di una narrazione a tutti i costi. La sua è una favola nera che adopera il genere come combustile infinito per raccontare il mondo, un mondo nuovo, ibrido di amore e metamorfosi». (Marzia Gandolfi).  

  
 
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